A letto col biker della porta accanto estratto

“Vuoi entrare nel Mile High Club?”
Film già visto, baby, pensò Cole Novak. Spaparanzandosi nel suo posto in prima classe, Cole fece un ampio sorriso alla rossa che gli aveva rivolto quell’invito provocante: capellona, labbra piene e curve mozzafiato. Un po’ passatella, certo, ma innegabilmente splendida con quegli occhi verdi dal tocco esotico e con quel vistoso solco fra i seni in bella mostra.
La capellona gli si era presentata più o meno un’ora prima dicendo di chiamarsi Jessica. E quando gli aveva piazzato la mano sulla coscia, le punte delle dita a pochi centimetri dalla cerniera, Cole aveva trattenuto il respiro, e si era chiesto… Ci aveva sperato. Diavolo, una piccola parte di sé aveva addirittura pregato che…
Ma niente da fare. Nada. Nisba. Nichts.
Esattamente com’era successo con l’hostess poco prima, una graziosa biondina che aveva flirtato con lui: il suo corpo e, cosa più importante, il suo cuore semplicemente non erano interessati all’articolo. Jessica lo guardò come se fosse il suo ultimo pasto e Cole quasi si dimenò sulla poltrona, imbarazzato dallo sguardo famelico di Jessica. Che diavolo c’era che non andava in lui?
Cole aveva sospirato, aveva coperto la mano vagabonda di Jessica con la sua e, dopo averla stretta in modo amichevole, l’aveva allontanata con gentilezza. “Grazie, tesoro, ma penso che passerò.” Avrebbe potuto mentire, accampare qualche scusa per indorarle la pillola ma quella donna sembrava abbastanza navigata da poter accettare il suo rifiuto.
Un’ombra di delusione aveva fatto capolino negli occhi di Jessica, ma poi scrollò le spalle e si girò verso il finestrino.
“Sei tu che ci perdi.”
Può darsi, pensò Cole. Ma tutto ciò che desiderava era arrivare a casa e crollare sul letto. Da solo. E dato che Cole era un vigoroso single di ventinove anni con la passione per le avventure di letto con donne bellissime, i conti non tornavano.
E poi le cose non erano andate per il verso giusto per un po’ fino a quel momento. Era da sei lunghi mesi che non si faceva una sana scopata. All’inizio si erano messe di mezzo le gravi condizioni di salute di sua madre, per cui Cole aveva dovuto dividersi unicamente fra il lavoro e la sua assistenza. Poi sua madre era morta e Cole aveva cominciato a sentirsi semplicemente… stanco.
Esausto fin dentro le ossa.
Inoltre, a quanto pareva, soffriva di una sorta di disfunzione erettile che nemmeno quel ben di dio dai capelli rossi era in grado di curare.
Mezz’ora dopo atterrarono a Los Angeles. Cole si fece strada verso il nastro bagagli e mentre recuperava il suo borsone, si sentì chiamare da una voce maschile familiare.
Cole si girò e vide Luke Indigo, suo amico e socio in affari alla Frontline Security.
Nonostante fosse sabato, Luke indossava un completo elegante, riuscendo comunque a sembrare un brutto ceffo più che un banchiere. Il viso spigoloso ne faceva risaltare gli occhi grigi come l’acciaio, caratteristiche che andavano a sottolineare il suo ruolo di guardia del corpo quasi quanto i quasi due metri di massa muscolare di Cole.
“Hey, Luke. Grazie per essermi venuto a prendere.” Cole odiava volare. In circostanze normali avrebbe inforcato la sua Harley e avrebbe guidato fino a San Francisco ma aveva poco tempo per incontrare i suoi clienti e il suo amico Ryan Hennessey, quindi aveva optato per l’aereo.
Si fecero largo verso l’uscita e arrivarono al parcheggio per soste brevi. Una volta arrivati al SUV di Luke, Cole lanciò la borsa sul sedile posteriore.
“Allora… come sta Ryan?” gli chiese Luke.
“È innamorato.”
Luke rise. “Sono anni che è innamorato. Ed è anche da altrettanto tempo che si rifiuta di ammetterlo.”
“Già, il ragazzo ha la testa dura.”
Cole e Luke montarono in macchina.
Ryan, loro amico dai tempi del college, per vivere spegneva incendi. Passava la maggior parte del suo tempo libero con Annie, la sua migliore amica, e nonostante l’elettricità che scattava fra loro ogni volta che erano insieme, erano entrambi troppo spaventati all’idea di mettere in discussione la loro amicizia per fare qualunque mossa. Eppure…
“Penso che la piccola Annie sia finalmente pronta per cambiare le cose fra loro,” disse Cole. “Dovrebbero essere a Las Vegas proprio in questo momento.”
“Un intero weekend nella città del peccato.” Luke accese il motore e partì. “Interessante.”
Cole fissò lo sguardo fuori dal finestrino, godendosi il sole mattutino di Giugno. La buona vecchia Los Angeles. “C’è qualcosa che dovrei sapere prima di lunedì?”
“Solo che non abbiamo bisogno che ci sia anche tu.”
Cole si irrigidì. “Come scusa?”
Luke sospirò. “So che è una rottura, Cole, ma devi mettere ordine in casa di tua madre. Parla con gli inquilini a proposito della possibilità di vendere la casa accanto che è ancora in affitto. E poi…”
“E poi cosa?”
“Prenditi del tempo per te stesso.” Luke gesticolò per aria. “Fai tutto ciò che avresti sempre voluto fare ma che non hai mai potuto per via della malattia di tua madre. Salta sulla tua moto e attraversa il Paese. Mettiti uno zaino in spalla e vai a vedere l’Europa. Gli affari sono sempre più in crescita. Posso assumere un altro po’ di personale e…”
“Ho viaggiato un sacco, Luke.” Forse anche troppo, pensò Cole. Era in viaggio il giorno in cui era morta sua madre. E non si era trattato neanche di un viaggio d’affari ma di piacere. È vero, non gli era sembrata moribonda quando Cole era partito, perciò non aveva potuto sapere che fosse il suo ultimo giorno. Ma avrebbe dovuto saperlo. E siccome non ci aveva pensato, sua madre era morta sola.
Un silenzio teso si fece strada nell’abitacolo della macchina per alcuni lunghissimi minuti mentre Luke si immetteva nella tangenziale per accompagnare Cole al suo appartamento.
“Senti Cole, sono preoccupato per te. So che ti senti in colpa perché non eri accanto a tua madre quando è morta. Ma sono passati tre mesi da quando lei non c’è più. Almeno comincia dalle case. Tua madre vorrebbe che cominciassi a riprenderti, e mettere mano nelle sue cose mi sembra il miglior punto di partenza.”
A Cole si formò un groppo in gola quando immaginò di mettere le mani sugli effetti di sua madre o di firmare i documenti per la vendita delle proprietà. “Non sono sicuro di essere pronto.”
Luke era forse l’unica persona fra tutte quelle che facevano parte della sua vita con cui Cole avrebbe potuto essere onesto fino a quel punto. Erano amici fin dal liceo, da ancora più tempo di quanto non fosse legato agli altri amici del gruppo dei tempi del college. Luke gli era stato vicino durante la battaglia della madre di Cole contro il cancro, fin dal momento in cui le era stato diagnosticato, tredici anni prima della sua morte, compresi tutti i miglioramenti e i peggioramenti che c’erano stati nel mezzo.
Per Cole, sua madre era stata tutta la sua famiglia. Il suo cosiddetto “padre” era stato un semplice donatore di sperma, per quanto ne sapeva lui. Cole era stato il risultato di una breve avventura fra sua madre e un uomo che in seguito aveva svelato essere “una persona in vista”. Aveva cresciuto Cole da sola, e nonostante suo “padre”, negli ultimi cinque anni, gli avesse inviato numerose lettere anonime indirizzandole a lei, Cole aveva fatto a pezzi ogni singola missiva.
L’unica eccezione era stata la lettera che aveva ricevuto dopo la morte di sua madre. Questa volta era indirizzata direttamente a Cole, sempre priva del mittente ma con la stessa grafia obliqua sul frontespizio. L’aveva strappata a metà per poi lanciarla sul bancone della cucina, e lì era rimasta per tutti gli ultimi tre mesi.
Cole sapeva perché non si era sbarazzato della lettera. Era tentato dal leggerla. Ora che sua madre non c’era più, una parte di sé voleva sapere se da qualche parte c’era un altro genitore con cui poter costruire un rapporto. E questo lo faceva incazzare come una bestia.
Sua madre era stata il suo unico legame famigliare. Non avrebbe concesso al suo padre biologico un lasciapassare dopo averli abbandonati. Neanche se si fosse trattato delle ultime volontà di sua madre.
“Manca anche a me, lo sai,” disse Luke piano.
“Lo so.”
Rimasero in silenzio per tutto il resto del viaggio fino all’appartamento di Cole, che si trovava all’interno di un edificio elegante in un quartiere alla moda. Niente a che fare con la casetta di sua madre, identica a tante altre costruzioni anonime presenti in una zona periferica di Los Angeles. A Cole piaceva il suo appartamento ma non riusciva a sentircisi a casa. Non nel modo in cui si era sempre sentito a casa di sua madre. Il che aveva perfettamente senso dato che era lì che aveva trascorso la maggior parte dell’infanzia. Tuttavia sapeva che la cosa migliore da fare sarebbe stata buttarsi il passato alle spalle e ricominciare daccapo, partendo dalla vendita delle case di sua madre per poi investire il ricavato nella sua società.
Luke sollevò la sbarra e parcheggiò la macchina. Poi restò lì. In attesa. Dando il tempo a Cole di respirare.
“Hai ragione a proposito di mia madre,” disse Cole con un profondo sospiro. “Mi metterò all’opera per far sì che le case vengano vendute prima possibile. Tanto è sempre stato fra i nostri piani, da quando avevamo bisogno di soldi per avviare l’attività a San Francisco.”
“Ho già cancellato i tuoi appuntamenti per questa settimana. Faccio un salto da te lunedì dopo il lavoro così possiamo…”
Cole si affrettò ad alzare una mano e scosse la testa. “Apprezzo la tua offerta. Ma devo…” Prese un profondo respiro. “È una cosa che devo fare da solo. E poi sei già pieno di impegni fino al collo. Se ti resta del tempo libero puoi usarlo per ficcare un buon di buon senso nella testaccia di Eric.”
Le labbra di Luke si assottigliarono in una linea severa. “Non risponde più a nessuno, né ai messaggi e tantomeno alle e-mail.”
“Merda.” La settimana prima, un altro loro compagno del college, Eric Davenport, aveva lasciato sull’altare la sua fidanzata, Brianne Whitcomb. Eric aveva inviato loro dei messaggi e delle e-mail dicendo che stava bene ma che aveva bisogno di spazio, quindi si era isolato da tutto e da tutti fino a quel momento. Gli altri amici stretti di Eric e Cole avevano deciso di dare tempo a Eric fino alla fine del mese per risolvere i suoi cazzo di problemi, poi l’avrebbero stanato in qualsiasi modo. “Gli rimangono ancora poche settimane.”
“D’accordo. Prenditela con calma, Cole. Per qualsiasi cosa, chiamami.”
“Lo farò.” Cole aprì lo sportello e scese dalla macchina, poi recuperò il suo bagaglio dal sedile posteriore. Prima di richiudere la portiera anteriore, si affacciò in macchina. “Grazie per il passaggio.”
Luke gli face un cupo sorriso e annuì. Quando Cole richiuse lo sportello, Luke ripartì.
Salite le scale, l’arioso appartamento di Cole gli diede il bentornato: open-space, fiori di legno e pochissimi mobili. La maggior parte dello spazio a disposizione nella stanza era occupato da un set di pesi al completo. Poi c’era il divano di pelle nera, che era ancora addossato al muro dall’ultima volta che Cole aveva visto una partita di football in TV. La cucina era piccola però era fatta apposta per lui. Ammetteva che il suo appartamento fosse minimale ma per la maggior parte del tempo non lo disturbava il fatto che non avesse altre suppellettili. L’unico pezzo d’arte lì dentro era il quadro che aveva comprato ad ArtWalk in centro. Non l’aveva ancora appeso, era semplicemente poggiato alla parete. Una serie di colori brillanti schizzavano dal centro, dove una giovane donna era distesa su un lettino, i capelli scuri che le ricadevano sul viso, coprendolo. Era misteriosa… un po’ osé, in un modo innocente tutto suo. Era stato quel misto tra sensuale e innocente ad attirare Cole, e a volte si fermava davanti al dipinto con una birra in mano fissandolo per qualche minuto.
Controllò il telefono, sperando di trovare una chiamata di Eric. Niente da fare. Dopo aver portato la borsa in camera, la lasciò cadere sul letto e la aprì. Mentre disfaceva il bagaglio, cominciò a roderlo il tarlo della conversazione con Luke a proposito di sua madre, delle sue proprietà, e del suo palese sforzo di reprimere il dolore per la perdita subita. Si passò una mano sul viso e chiuse gli occhi, contando mentalmente fino a cinque prima di riaprirli.
Fu allora che la vide, e una sensazione di nausea si fece strada nel suo stomaco.
Nel corso degli anni, aveva regalato a sua madre un sacco di boule à neige – le famosissime palle di cristallo con la neve dentro – per la sua collezione. Quella con la miniatura del Golden Gate Bridge l’aveva scovata a San Francisco qualche giorno prima, e quando l’aveva vista non aveva resistito e l’aveva presa fra le mani. Poi l’aveva comprata. Anche se sua madre era morta e non avrebbe mai più potuto vedere quella palla.
Cole sollevò il pacchettino, che aveva avvolto nella carta e rintanato in un angolo della borsa, e lo scartò. Fissò quel piccolo globo innevato, soffermandosi sui fiocchi di plastica lucente che, intrappolati nel cristallo, danzavano sulle note di una lenta aria invernale. Sua madre l’avrebbe adorata.
Che diavolo se ne faceva lui di una stupida e dozzinale palla di vetro piena di neve finta?
“Fanculo!” Cole lanciò il globo dall’altra parte della stanza e il vetro esplose, frantumandosi in mille pezzi. L’acqua colò giù per la parete, formando una triste pozzanghera sul pavimento.
Luke aveva ragione. Non si stava dando da fare. Non dormiva. E non gli interessava altro che saltare da un pasto all’altro, facendo qualcosa di più o meno produttivo nel mezzo.
Fissò il casino che aveva combinato per poi passare a quei pochi oggetti che aveva nella stanza. C’erano ancora degli scatoloni sigillati risalenti al suo trasloco, in attesa di essere spacchettati. Quell’appartamento non sarebbe mai stato veramente casa sua. Non è un posto che chiami casa ma una famiglia.
E la sua unica famiglia era morta.
Contro il volere di Cole, il ricordo della lettera strappata e abbandonata in cucina baluginò nella sua mente e…
“Maledizione!”
Afferrò il casco e le chiavi della sua Harley Sportster 883, parcheggiata nel garage del condominio, e uscì dalla stanza. Avrebbe fatto un giro in moto per schiarirsi le idee.
Cinque minuti dopo, Cole sfrecciava giù per la statale, il rombo del motore che riusciva sempre a farlo sentire totalmente a suo agio. L’aria era fresca e diventava sempre più frizzante man mano che si avvicinava alla spiaggia. Pochi minuti dopo parcheggiava davanti all’entrata senza però smontare dalla moto.
La casa era un trilocale costruito secondo lo stile di un ranch, ancor più accentuato dalla presenza di una quercia nel verdeggiante cortile anteriore. A un certo punto, le mura erano state dipinte di giallo. Ora, invece, raggiungevano a malapena un pallido color crema. Aveva avuto intenzione di occuparsi della cosa per conto di sua madre ma non si era mai messo alla ricerca di un pittore. L’erba era cresciuta ed era diventata alta, dando spazio a degli arbusti incolti che spiccavano fra tutti. Sarebbe stato uno spettacolo mortificante per una donna che un tempo aveva amato il giardinaggio più di quanto avesse avuto la possibilità di fare.
Cole non aveva messo piede a casa di sua madre da quando era morta, neanche dopo il suo funerale. Sapeva che era una cosa stupida ma una parte di sé sentiva che, se avesse evitato di entrarci, sarebbe stato un po’ come se lei non fosse mai morta.
Diede un’occhiata alla casa accanto, quella che sua madre possedeva e che aveva affittato. Sarebbe stata felice di sapere che c’era qualcuno che la manteneva viva e che se ne prendeva cura. Dall’ultima volta che l’aveva vista, erano state aggiunte delle imposte bianche alle finestre con le persiane stile anni Settanta e aveva circondato il cortile con un recinto bianco, particolari che avevano donato a quell’edificio grigio chiaro un aspetto da copertina. Tutto intorno al porticato erano stati abilmente disposti dei vasi da fiori in terracotta di tutte le misure, ognuno dei quali ospitava una diversa varietà di cactus e buganvillea.
Prima dell’ultima ricaduta, sua madre aveva comprato la casa dei vicini, pensando che se fosse riuscita ad affittarla, i soldi ricavati avrebbero potuto essere un buon investimento per rimpolpare la pensione e permetterle di vedere il mondo, un giorno. Aveva però detto a Cole di non volerla dare in affitto per sempre. La sua speranza segreta era che non appena Cole fosse stato pronto per il matrimonio – solo dopo aver viaggiato e visto tutti i posti che sognava e che non aveva mai potuto vedere – ci si sarebbe trasferito e avesse messo su famiglia fra quelle mura.
Aveva anche cercato di combinargli un appuntamento con la sua affittuaria. Una ragazza deliziosa, eccome come l’aveva definita sua madre. Bella e intelligente, anche. Secondo lei sarebbero stati perfetti insieme. Cole si era limitato ad abbracciarla e a riderci su. Non era dell’idea di buttarsi in una storia seria. Aveva già abbastanza a cui pensare con il lavoro e con l’assistenza a sua madre. E voleva essere certo di garantirle tutta l’attenzione possibile nel tempo che gli rimaneva da trascorrere insieme. E anche dopo la morte di sua madre sapeva che l’ultima cosa che desiderava era proprio legarsi a una persona a filo doppio in una relazione a lungo termine. Desiderava essere libero di fare tutto ciò che gli pareva e piaceva. E una deliziosa signorina che amava la vita ritirata dei sobborghi urbani non rientrava certamente nei suoi piani.
Cole rimise finalmente in moto la Harley e si allontanò dal parcheggio. Per prima cosa, l’indomani mattina sarebbe tornato lì per cominciare a mettere ordine fra le cose di sua madre, promise a se stesso. Poi avrebbe messo in vendita entrambe le case e avrebbe utilizzato il ricavato per espandere la Frontline. Non sarebbe stata una passeggiata ma al momento non stava facendo altro che complicarsi ulteriormente la vita.
Dopo qualche metro si fermò a un semaforo rosso e diede un’occhiata al Metro Pub alla sua sinistra, un locale molto chic. Ci era già stato e sapeva che la sua clientela fissa era formata più che altro da uomini e donne del mondo degli affari. Niente a che vedere con il Liquid Cooled, quella sottospecie di bettola che Cole e i suoi amici motociclisti amavano frequentare. Forse, però, bere qualcosa in un posto pieno di sconosciuti era proprio quello di cui aveva bisogno in quel momento, irrequieto com’era. Valeva la pena tentare.
Cole posteggiò la moto nel parcheggio e poi entrò nel locale, gli occhi che si abituavano piano piano alla penombra. Si diresse verso il bancone e ordinò una birra. Il barista, uno sbarbatello appena uscito dal campus universitario, gli piazzò la bottiglia davanti e la stappò. Cole saltò sullo sgabello e ispezionò il gruppo di avventori del locale mentre beveva.
Proprio come aveva immaginato: quel posto era pieno di gente che indossava un completo anche il sabato sera. Con il gilè di pelle, i jeans e i tatuaggi che facevano bella mostra di sé, Cole in quel locale c’entrava come un cavolo a merenda, cosa che riusciva a percepire anche dalle imbarazzanti occhiate lanciate da qualche cliente.
Lo sguardo di Cole si posò su due donne sedute a un tavolo alto non molto distante da lui. Una di loro era parzialmente coperta da due persone ma quella più vicina a lui era ben visibile. Probabilmente sulla quarantina, carina, capelli castano chiaro, vestita in modo casual con un paio di jeans e una canotta di cotone. Nelle vicinanze, un paio di ragazzi schiamazzavano mentre giocavano a freccette completamente privi di una qualsiasi coordinazione, cosa che faceva presagire il loro basso livello di sobrietà.
Un movimento catturò l’attenzione di Cole, che tornò con lo sguardo a quel primo tavolo alto. Le persone che lo coprivano si erano mosse e stavolta Cole ebbe una chiara visuale della seconda donna, anche lei vestita con abiti casual, un paio di jeans e una maglietta a maniche corte.
Arrestò la mano con cui stava portando la bottiglia di birra alla bocca così velocemente che versò un po’ del suo contenuto.
Era minuta, con i capelli scuri e gli occhioni. Occhioni chiari. Non era una donna appariscente. Anzi, la sua era una bellezza che passava quasi inosservata ma solo se si era abbastanza stupidi da sottovalutare i suoi tratti delicati e perfettamente simmetrici. Aveva gli zigomi alti e un lungo collo aggraziato che gli ricordò quello di una ballerina dell’opera; c’era qualcosa nel modo in cui parlava con la sua amica (gli occhi che le brillavano e le mani che gesticolavano animatamente) che gli fece balenare nella mente le parole “dolce e selvaggia”.
Mentre la fissava, nel petto gli si rimestò qualcosa. Come se riuscisse a percepire gli occhi di Cole su di lei, la ragazza sollevò lo sguardo. Mentre i suoi occhi scandagliavano il locale, qualcosa si mosse anche dentro i jeans di Cole, qualcosa che per parecchio tempo non aveva più dato alcun segnale. Allo stesso modo, avvertì uno strattone allo stomaco e un bisogno impellente percorse tutto il suo essere. Il suo pene si contrasse e si risvegliò, pulsando in un modo che gli mozzò il fiato.
Nonostante tutto, era una bella sensazione, qualcosa di molto simile alla scarica che aveva provato facendo surf, guidando il suo motoscafo o durante il miglior sesso della sua vita. E a dargli quella sensazione non era stata la scopata con una rossa o con una bionda o la promessa di un appuntamento bollente ottenuta su un aereo ma soltanto un’adorabile brunetta senza pretese, che lo guardava al di sopra della sua bibita con quei suoi occhioni chiari.
Se il suo corpo stava facendo gli straordinari, la stessa cosa accadeva nella sua testa, dove era in corso una battaglia fra due voci opposte: la prima lo spingeva a non soffermarsi (smettila di gingillarti e vai da lei, coglione); la seconda, invece, lo frenava (non essere sciocco, sei solo stanco) Non sembrava il tipo di ragazza che si possa rimorchiare per caso in un bar a meno che non si volesse da lei qualcosa di più della semplice avventura di una notte.
E in quel momento Cole non aveva niente di più da offrire a una donna.
Di certo, non a breve.
Forse mai più.
Doveva concentrarsi sul riordinare le cose di sua madre. Vendere le proprietà. Allargare la sua attività. E, magari, riuscire a scoprire che cazzo stava succedendo a Eric.
C’era abbastanza di cui occuparsi per chiunque, al momento.
Distolse lo sguardo di proposito e fece un cenno al barista. Avrebbe bevuto qualcos’altro. E poi sarebbe andato via da quel posto del cazzo.

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